maso, ma anche no

ho un limite che conosco molto bene, lo conosco così bene che gli ho dato un nome: limite stronzo.
ne conosco i colori, le sezioni, il rumore che fa quando si mette sull’attenti perché lo stai per sfiorare, il brusio che fa quando lo tenti ma (gallina!) non gliela dai. ne conosco la sensualità di quando mi tenta e (pinguina!) gliela dò. la passione di quando mi fotte. il ghigno di quando poi mi lascia lì, distrutta, lasciandomi segni, graffi sulla schiena. e i morsi sul collo, che poi guardo e sospiro.
adulatore, bastardo, è il mio limite più assoluto, lo riconosco nelle consuetudini che riprendono e non voglio che succeda, nella mano che non resta dove vuole restare ma tentenna e se ne va, nelle pause pranzo guardinghe che so di non potermi permettere, nella guardia bassa, nella necessità di chiamare e non farlo mai, nelle domande preventive, nel non abbandono, nel controllo assoluto, nell’azzuffarsi di persone attorno e nel mio guardarle impietosa, sapendo che non sarà un livido a renderle vincitrici.
lo sento il sonaglio che trilla. lo vedo, il limite stronzo, che compone il mio numero ma poi non schiaccia il pulsante verde. fra un po’ parto: dimenticherò casualmente il cellulare a casa.

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